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12/09/2019

La "peste bianca"

Per avere un’idea del “malessere demografico” che affligge l’Italia odierna, giova forse riferire alcuni dati.

All’indomani dell’unità d’Italia, nel 1861, allorché venne realizzato il primo censimento della popolazione, risultavano presenti sul territorio nazionale d’allora circa 22 milioni di italiani. Di questi poco più della metà aveva meno di 25 anni, uno su tre ne aveva meno di 15 e soltanto uno su 25 superava la soglia del sessantacinquesimo anno d’età. Si trattava di una popolazione caratterizzata da alti tassi di natalità (circa quattro volte superiori a quelli attuali) e da altrettanto alti livelli di mortalità: la durata media della vita superava di poco i trent’anni e quasi la metà dei decessi riguardava bambini al di sotto dei sei anni. Dopo il boom economico e demografico degli anni Sessanta, quando una donna metteva al mondo in media 2,7 figli (circa un milione di nati nel 1964), l’Italia conquista nel 1995 il primato, invero piuttosto triste, del paese col più basso tasso di natalità al mondo: 1,19 figli per donna. Una vera e propria glaciazione demografica, che dura in gran parte ancora oggi e che fa del nostro paese un interessante caso di studio per tutti i demografi del mondo.

Per avere un’idea del “malessere demografico” che affligge l’Italia odierna, giova forse riferire alcuni dati. Nel 2017 abbiamo registrato 458 mila nuovi nati e 649 mila morti; per garantire una certa stabilità demografica sarebbe necessario che ogni donna mettesse al mondo almeno due figli, ma la media attuale delle donne italiane è di circa 1,4. l’Italia è il primo paese al mondo a registrare il sorpasso degli over 65 sugli under 15; gli over 65 costituiscono più del 22 per cento della popolazione italiana, rispetto al 19 per cento nel resto dell’Unione europea. Come ci dicono i nostri autori, “l’Italia, inoltre, è uno dei paesi con la più bassa incidenza delle nuove generazioni: la quota delle persone fino a 25 anni dal 1926 al 2017 è scesa dal 49 per cento a poco più del 23 per cento. Di conseguenza l’Italia, divenuta il secondo Paese più vecchio del pianeta dopo Giappone. Nonostante l'Italia abbia  in generale un grande calo delle nascite, la Ligura è senza dubbio il ground zero della crisi demografica. Liguria è la regione più vecchia e sterile d’Europa, infettata da quella che lo storico francese Pierre Chaunu nel 1976 definì la “peste bianca”. Liguria è inoltre l’ottava regione italiana per pil pro capite. Una regione dunque molto ricca. Secondo le stime di Bankitalia, infatti, la ricchezza si attesta su una cifra attorno ai  300 mila euro pro capite, superiore di circa 100 mila euro rispetto al nord ovest italiano. Eppure, mezzo mondo oggi studia la Liguria per capire come sarà il futuro dei paesi a elevato tasso di invecchiamento demografico.

Per questo motivo l’Unione europea ha di recente dichiarato la regione italiana “reference site”. Dai dati Eurostat emerge che Savona ad esempio è la provincia con l’età media degli abitanti più alta al mondo: il 28,1 per cento della popolazione ha più di 65 anni (solo due anni fa la percentuale era del 27 per cento). In regione l’indice di vecchiaia (il rapporto tra over 65 e under 14) è al 238 per cento, il più alto del paese, con un picco del 242 per cento a Savona. Cosa succede a una società simile? Come adattare welfare e servizi? Quando agli esperti di demografia europea si chiede quali siano le regioni dove è più forte la depopolazione, indicano tre luoghi. Il primo è Hoyerswerda, una città a due ore da Dresda, al confine con la Polonia, che ha perso la metà della sua popolazione negli ultimi vent’anni. Hoyerswerda sembra una città senza scopo, in un angolo di Europa senza un futuro. Era la città con il più alto tasso di natalità in Germania orientale. Oggi la sua popolazione si è dimezzata. E la piramide della popolazione si è rovesciata e assomiglia a un fungo atomico. Il secondo è nella zona di Molina De Aragon, a due ore da Madrid. Il terzo è appunto la Liguria.Genova offre una visione del futuro dell’invecchiamento dell’Europa, mostrando le sfide che attendono una società con più vecchi che giovani. Qui non ci sono più bambini che gridano nelle strade, né molti ristoranti per famiglie. Le scuole sono chiuse per mancanza di studenti. Gli ospedali sono sovraccarichi di anziani”.

Dietro questo malessere demografico si nasconde un malessere culturale che colpisce la società: scarso senso di appartenenza a una comunità, con le relative responsabilità che ciò comporta sia nei confronti di noi stessi che degli altri; scarsa consapevolezza del fatto che i figli non sono soltanto un bene per i genitori, ma sono anche un grande capitale sociale, del quale la società dovrebbe in qualche modo dimostrarsi consapevole in termini di promozione e di sostegno; infine scarsa fiducia nei confronti del futuro. Forse dovremmo prendere spunti di Canada, che ha diventato un modello a seguire, uno dei pochi luoghi al mondo dove l’integrazione tra culture differenti è riuscita a produrre una società unita, fondata sui valori dell’accoglienza e della tolleranza.

Il Canada è stato definito il primo stato postnazionale al mondo, dove il legame che unisce i suoi cittadini non è basato su una lingua e una cultura comuni, ma sul valore transnazionale dell’apertura e della tolleranza. Per alcuni è un modello a cui anche le altre nazioni dovrebbero aspirare. la lezione principale che insegna il Canada è che una volta che l’immigrazione ha raggiunto una certa soglia, la tolleranza diventa un fenomeno che si autoalimenta. Quando una percentuale consistente della popolazione è nata all’estero o comunque non si identifica completamente con la popolazione nativa, i politici non possono più ignorare i loro voti. In questo contesto, “prima i canadesi” rischia di essere uno slogan che assicura la disfatta elettorale.



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